Si parla sempre più di prevenzione, ma nella pratica resta uno dei concetti più difficili da far passare. Quando una persona si sente bene, lavora, conduce una vita attiva e non presenta sintomi evidenti, è naturale pensare di non avere problemi di salute. In assenza di disturbi, il rischio viene spesso percepito come qualcosa di lontano e astratto, che riguarda "gli altri".
Eppure, molte delle principali patologie che colpiscono la popolazione — cardiovascolari, metaboliche, infiammatorie, neurodegenerative e anche oncologiche — non compaiono all’improvviso. Si sviluppano lentamente nel corso degli anni, attraverso cambiamenti biologici inizialmente silenziosi, che non interferiscono subito con la vita quotidiana.
Il concetto di rischio: invisibile ma reale
Uno degli aspetti più complessi della prevenzione è spiegare che non essere malati non equivale a non avere rischio. Infiammazione cronica di basso grado, eccesso di stress ossidativo, alterazioni del metabolismo glucidico e lipidico, disturbi del sonno o squilibri del microbiota intestinale possono essere presenti anche in persone che si sentono in buona salute e non sono esposte a fattori di rischio maggiori come fumo, alcol, obesità, familiarità o inquinamento.
In questi casi non si parla di malattia, ma di una maggiore probabilità di svilupparla nel tempo. Il rischio, per definizione, non dà sintomi: si accumula lentamente.
Un esempio frequente è quello del rischio cardiovascolare. Una persona di 40 anni, normopeso e senza disturbi particolari, può presentare valori di colesterolo, glicemia o pressione solo lievemente alterati. Questi dati non fanno "sentire malati" e vengono spesso sottovalutati. Tuttavia, se mantenuti nel tempo, contribuiscono ad aumentare in modo significativo la probabilità di sviluppare una patologia negli anni successivi.
Perché intervenire prima fa la differenza
La prevenzione non consiste nell’eliminare un problema già presente, ma nel ridurre la probabilità che quel problema si manifesti. Intervenire precocemente sullo stile di vita, sull’alimentazione, sull’attività fisica, sul sonno e sulla gestione dello stress può ridurre il rischio in modo concreto e misurabile, spesso evitando o ritardando il ricorso a terapie farmacologiche.
Ed è proprio per questo che la prevenzione è tanto più efficace quanto prima si inizia: quando l’organismo è ancora in equilibrio o mostra solo segnali iniziali di disfunzione.
Quando serve disciplina, non motivazione
La prevenzione primaria riguarda le persone "sane", mentre la prevenzione secondaria si applica a chi ha già avuto problemi di salute rilevanti.
Nel secondo caso, aderire alla prevenzione è spesso più facile, perché la motivazione nasce dallo "spavento" legato all’evento di salute, ad esempio un infarto. Nella prevenzione primaria, invece, manca questa spinta emotiva: l’unica forza che permette di aderirvi nel tempo è la disciplina, e la disciplina si basa sulla consapevolezza.
Anche nella prevenzione secondaria, la motivazione tende a ridursi con il passare del tempo: lo spavento si attenua e, per mantenere le strategie preventive, deve essere progressivamente sostituito dalla disciplina.
Costruire una disciplina della propria salute richiede una profonda consapevolezza dei fattori di rischio, che può essere sviluppata insieme al medico. È necessario comprendere quanto ciascun fattore incida sull’esposizione alla malattia e quando, ad esempio, sia opportuno accettare l’idea di assumere un farmaco "pur sentendosi bene", con l’obiettivo di ridurre il rischio e tutelare il proprio futuro.
Per quanto riguarda lo stile di vita, è fondamentale imparare a trarre piacere dalle routine che una disciplina preventiva richiede, affinché possano essere mantenute nel lungo periodo.
Vincere le resistenze
Quando abbiamo la febbre, ci risulta facile assumere del paracetamolo per abbassarla: vediamo subito il beneficio e questo ci motiva a seguire la terapia.
Nella prevenzione, soprattutto quando richiede l’uso di farmaci, tutto diventa più complesso. Non si percepiscono benefici immediati, talvolta si avvertono piccoli fastidi iniziali e la durata del trattamento appare indefinita nel tempo. Lo stesso accade quando, dopo una giornata di lavoro, dobbiamo vincere l’inerzia e alzarci dal divano per andare in palestra.
Questa resistenza è reale e può essere superata solo sviluppando una maggiore consapevolezza. Consapevolezza, ad esempio, che la prevenzione non agisce solo sull’aspettativa di vita, ma anche sulla sua qualità; oppure comprendendo meglio i meccanismi che stanno alla base delle scelte terapeutiche. Capire come funziona la prevenzione — come accade con l’olio dell’automobile — la rende più accettabile. Questa consapevolezza può essere costruita insieme al medico.
Informarsi è già prevenzione
Comprendere il proprio profilo di rischio non significa vivere nell’ansia, ma fare scelte più consapevoli. E fare scelte consapevoli permette sempre di ridurre il rischio e, in molti casi, di riportarlo vicino allo zero.
Una valutazione medica attenta, basata sull’ascolto, sulla raccolta dei dati clinici e familiari e su un’analisi globale dello stato di salute, rappresenta il primo passo di ogni percorso preventivo. Perché spesso il vero limite della prevenzione non è la mancanza di strumenti, ma la difficoltà di riconoscere il valore di ciò che ancora non si vede.
Dott. Michele Antonelli, medico specialista in medicina preventiva
Dott. Davide Donelli, medico specialista in cardiologia
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