La luce del sole, sulla pelle, non è soltanto calore: è un segnale biologico, un’informazione che attraversa l’epidermide e che gioca un ruolo utile nelle complesse reazioni biochimiche del nostro organismo. In quel passaggio silenzioso si "attiva" la vitamina D, sostanza a lungo relegata al metabolismo osseo e oggi riconosciuta come uno dei regolatori più interessanti dell’equilibrio immunitario ed infiammatorio.
Negli ultimi anni (e in modo ancor più intenso durante la pandemia da COVID-19) la vitamina D è uscita dai confini dell’endocrinologia per entrare nel cuore del dibattito infettivologico. Non più soltanto la "vitamina delle ossa", ma anche una potenziale modulatrice della risposta immunitaria, ponte biochimico tra ambiente, stile di vita e suscettibilità alle infezioni.
Una regista silenziosa del sistema immunitario
Il sistema immunitario è un’orchestra complessa. Da un lato l’immunità innata, rapida e aspecifica; dall’altro quella adattativa, più lenta ma mirata. La vitamina D interviene come una regista discreta: favorisce la produzione di sostanze con proprietà antimicrobiche, modula l’attività dei macrofagi e delle cellule dendritiche (cellule del sistema immunitario), contribuisce a mantenere un equilibrio tra risposta difensiva ed infiammazione eccessiva.
In altre parole, la vitamina D non agisce solo come "scudo", ma anche come regolatrice fine dell’intensità della risposta immuno-infiammatoria, un aspetto cruciale nelle infezioni respiratorie gravi.
La pandemia come lente d’ingrandimento
Nel gennaio 2021, durante un congresso internazionale di sanità pubblica, abbiamo presentato un lavoro scientifico che ha passato in rassegna gli studi pubblicati fino a dicembre 2020 sul rapporto tra Vitamina D e COVID-19. In particolare, abbiamo analizzato centinaia di articoli e selezionato quelli più rilevanti per capire cosa si potesse dire, con rigore scientifico, su questo tema così discusso.
Il messaggio emerso è stato interessante: le persone con bassi livelli di vitamina D sembravano avere un rischio maggiore di sviluppare forme più gravi di COVID-19. Si è anche osservata una tendenza verso una maggiore probabilità di infezione nei soggetti carenti. Questa associazione appariva particolarmente evidente in categorie già fragili, come persone con diabete, obesità o nei bambini con condizioni predisponenti.
Il ruolo della vitamina D diventa ancora più interessante se allarghiamo lo sguardo alle infezioni respiratorie acute in generale, come influenza e bronchiti stagionali. Una grande analisi di più studi ha mostrato che assumere vitamina D (tra 400 e 1000 UI al giorno) per periodi prolungati era associato a una riduzione del rischio di ammalarsi.
Per quanto riguarda i livelli nel sangue, alcuni lavori indicano che valori tra 20 e 30 ng/mL siano già associati a un minor rischio di infezioni; altri suggeriscono che livelli un po’ più alti, tra 40 e 60 ng/mL, possano offrire una protezione maggiore.
Anche qui, però, non esiste una "taglia unica": età, condizioni di salute, stile di vita, esposizione solare e caratteristiche individuali fanno la differenza. Per questo motivo, più che parlare di integrazione indiscriminata, è corretto parlare di valutazione personalizzata e di ottimizzazione dei livelli, soprattutto nei soggetti carenti.
Una prospettiva di medicina integrativa
Nel paradigma della medicina integrativa, la vitamina D non viene considerata una "cura miracolosa", bensì un tassello fisiologico da ottimizzare. La sua eventuale integrazione (soprattutto nei soggetti con documentata carenza) si inserisce in un approccio globale che comprende alimentazione, esposizione solare consapevole, attività fisica e gestione dello stress.
È interessante notare come la carenza di vitamina D sia diffusa proprio nelle società moderne: vita indoor, inquinamento, sedentarietà. In questo senso, il deficit non rappresenta solo un dato laboratoristico, ma un indicatore di disconnessione ambientale.
La vitamina D, con la sua alta tollerabilità e il basso costo, rappresenta dunque una strategia potenzialmente rilevante in chiave preventiva, specialmente nei soggetti con livelli ridotti. La ricerca continua e, come spesso accade in medicina, la risposta non è mai in una singola molecola, ma nell’equilibrio complessivo dell’organismo.
Riferimento bibliografico
Antonelli, M., Donelli, D., & Firenzuoli, F. (2021). Vitamin D and COVID-19: A PubMed-based overview of reviews. Medical Sciences Forum, 4(1), 40. https://doi.org/10.3390/ECERPH-3-09051
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