Microplastiche nel corpo: esistono strategie naturali per favorirne l’eliminazione?

Le microplastiche non sono più soltanto un problema ambientale. Sono progressivamente diventate una questione biologica.

Per anni abbiamo considerato l’inquinamento da plastica come un fenomeno prevalentemente ecologico: oceani contaminati, sedimenti alterati, fauna marina compromessa. Oggi, tuttavia, il confine tra ambiente e organismo si è fatto più sottile. Le microplastiche sono state identificate nell’acqua potabile, negli alimenti, nell’aria che respiriamo e, più recentemente, in fluidi biologici umani. Questo passaggio (dall’ecosistema al corpo) cambia radicalmente la prospettiva.

Viviamo immersi in un ecosistema plastificato. L’esposizione non è occasionale né marginale: è quotidiana, cronica, diffusa. Non si tratta di un evento acuto, ma di una presenza costante a basse dosi, lungo l’intero arco della vita.

La vera domanda oggi non è soltanto quanto siamo esposti, ma anche cosa accade dopo: quali sono i meccanismi di distribuzione, interazione, accumulo ed eventualmente eliminazione di queste particelle una volta entrate nell’organismo?

 

Il corpo non è un contenitore passivo

L’organismo umano non è un deposito inerte, ma un sistema dinamico, regolato da continui scambi con l’ambiente esterno. Ogni giorno assorbiamo sostanze, le trasformiamo, le neutralizziamo, le eliminiamo: fegato, reni, intestino, polmoni e pelle operano in modo coordinato per mantenere l’omeostasi interna. È un equilibrio sofisticato, frutto di milioni di anni di evoluzione.

Le microplastiche, tuttavia, rappresentano un elemento relativamente nuovo dal punto di vista biologico. Non esistono precedenti evolutivi significativi per particelle sintetiche persistenti di questo tipo. Per questo motivo non disponiamo ancora di una comprensione completa dei loro meccanismi di biodistribuzione ed eliminazione.

Alcuni studi sperimentali suggeriscono possibili interazioni con processi infiammatori, attivazione immunitaria e stress ossidativo. Le evidenze sono preliminari, e richiedono cautela interpretativa, ma sono sufficienti per giustificare un’attenzione scientifica seria e non ideologica.

Se l’esposizione è in larga parte inevitabile, la domanda diventa fisiologica prima ancora che terapeutica: possiamo comprendere meglio ed, eventualmente, sostenere i meccanismi naturali di eliminazione?

 

Strategie "naturali": tra fisiologia e ricerca

Quando si parla di strategie naturali, il rischio è scivolare nella retorica del "detox", concetto spesso abusato e raramente fondato su dati misurabili. In medicina non esistono scorciatoie, né soluzioni miracolose.

Esiste però la fisiologia.

 

Il calore terapeutico, ad esempio, induce modificazioni sistemiche ben documentate:

  • Aumento della sudorazione.
  • Incremento della perfusione cutanea.
  • Attivazione del microcircolo.
  • Stimolazione del drenaggio linfatico.

 

La sudorazione rappresenta una via escretrice ancora relativamente poco esplorata per alcune categorie di xenobiotici, in particolare molecole lipofile o legate a proteine plasmatiche che possono avere cinetiche di eliminazione complesse. È quindi legittimo domandarsi se anche alcuni composti associati alle microplastiche (ad esempio additivi plastici) possano essere parzialmente eliminati attraverso questa via.

 

In questo contesto si inserisce la riflessione che ho recentemente proposto e discusso sul Journal of Environmental Rheumatology: la fango-balneoterapia termale potrebbe rappresentare un modello sperimentale interessante per studiare questi meccanismi. Non come pratica "depurativa" in senso generico, ma come intervento fisiologico controllato che modifica parametri oggettivamente misurabili: temperatura corporea, flusso ematico cutaneo, secrezione sudorale, attivazione neurovegetativa.

 

Un ulteriore elemento merita attenzione: i peloidi maturati in acque minerali o marine presentano proprietà adsorbenti e di scambio ionico. È una possibilità teorica (ancora da dimostrare) che sostanze mobilizzate verso la superficie cutanea possano interagire con questi materiali durante l’applicazione prolungata.

Prudenza e metodo

È essenziale ribadirlo con chiarezza: ad oggi non esistono evidenze cliniche che dimostrino una riduzione del carico sistemico di microplastiche attraverso terapie termali o strategie simili.

Le domande scientifiche restano aperte:

  • È possibile quantificare le microplastiche o i loro derivati nel sudore con metodologie affidabili?
  • Interventi termici e/o chelanti ripetuti modificano i biomarcatori di esposizione ed accumulo?
  • Eventuali variazioni si traducono in effetti clinicamente rilevanti?

Senza studi controllati, ogni affermazione sarebbe prematura. Il rigore metodologico deve precedere qualsiasi conclusione.

 

Conclusioni

Le microplastiche sono il simbolo di una trasformazione più ampia: la salute umana è inseparabile dall’ambiente in cui viviamo. La medicina contemporanea non può limitarsi alla genetica o alla farmacologia; deve integrare il concetto di esposoma, cioè l’insieme delle esposizioni ambientali cumulative lungo l’intero ciclo di vita.

In questo scenario, anche pratiche tradizionali come la balneoterapia possono essere reinterpretate alla luce della ricerca moderna. non come alternativa alla medicina standard, ma per ampliare il campo delle domande, degli strumenti di indagine e delle strategie integrative a sostegno del benessere delle persone.

 

Dott. Michele Antonelli

 

Riferimento bibliografico

Antonelli, M., & Fioravanti, A. (2026). Mud bath therapy and microplastic elimination from the body of patients affected by rheumatic diseases: A hypothesis. Journal of Environmental Rheumatology.