Acufene e cervello: può l’agopuntura interrompere il circuito del fastidio?

L'acufene è comunemente descritto come la percezione di un suono in assenza di una sorgente sonora esterna. Fischi, ronzii, sibili o pulsazioni possono accompagnare il paziente per mesi o anni, con un impatto talvolta importante sulla qualità della vita. Disturbi del sonno, difficoltà di concentrazione, irritabilità, ansia e riduzione del benessere psicologico sono manifestazioni frequenti nei soggetti che convivono in maniera cronica con questa condizione.

Per molto tempo l’acufene è stato interpretato principalmente come un problema localizzato a livello dell’orecchio; oggi, tuttavia, le conoscenze scientifiche suggeriscono una visione più complessa e multifattoriale. Sebbene il sintomo possa essere associato a un danno periferico dell’apparato uditivo, a condizioni dell’orecchio o, in alcuni casi, ad alterazioni di tipo circolatorio, numerose evidenze indicano che la sua persistenza può dipendere in larga misura da modificazioni che avvengono a livello del sistema nervoso centrale. In particolare, una riduzione o un’alterazione degli input provenienti dalla coclea può favorire fenomeni di riorganizzazione neuronale e di modificazione dell’attività delle aree uditive cerebrali, contribuendo al mantenimento della percezione sonora fantasma. In altre parole, il cervello può continuare a "produrre" il sintomo anche quando il problema iniziale non è più sufficiente a giustificarne l'intensità. Con il passare del tempo si possono instaurare circuiti neurali che perpetuano la percezione dell'acufene e ne amplificano il significato emotivo.

In questo scenario trova spazio l'interesse crescente verso l'agopuntura. Nella nostra revisione della letteratura scientifica, è emersa un'indicazione che merita particolare attenzione. Non tutti gli acufeni sono uguali: esistono forme sostenute da meccanismi differenti, e l'acufene di tipo neurogeno sembra essere il sottotipo che più plausibilmente potrebbe beneficiare dell'agopuntura. Da un punto di vista neurofisiologico, l'ipotesi è che l'agopuntura possa esercitare un effetto modulatore sulle reti neuronali coinvolte nel mantenimento del sintomo. Numerosi studi condotti in altri ambiti clinici hanno dimostrato che la stimolazione agopunturistica è in grado di influenzare circuiti centrali implicati nella percezione sensoriale, nella modulazione del dolore, nell'attività del sistema nervoso autonomo e nella regolazione delle risposte emotive. Sebbene tali meccanismi debbano ancora essere chiariti specificamente nell'acufene, è plausibile che parte del beneficio osservato in alcuni pazienti derivi dalla capacità di interrompere o attenuare quei circuiti centrali che mantengono costantemente attiva la percezione del disturbo.

L'obiettivo terapeutico, quindi, non dovrebbe essere interpretato semplicemente come la scomparsa del rumore percepito. In molti casi il risultato clinicamente più significativo potrebbe essere la riduzione della sua rilevanza per il cervello: un suono che viene progressivamente "disinnescato", che richiama meno attenzione, genera meno allarme e perde parte della sua capacità di interferire con la vita quotidiana. In termini neuroscientifici, si tratterebbe di favorire una riorganizzazione funzionale delle reti coinvolte nella percezione e nella perpetuazione del sintomo.

In conclusione, se l'acufene cronico è almeno in parte il risultato di circuiti cerebrali che continuano ad autoalimentarsi nel tempo, allora strategie terapeutiche in grado di modulare tali circuiti meritano attenzione. In tal senso, l'agopuntura può rappresentare uno strumento integrativo interessante, soprattutto nelle forme neurogene, contribuendo non tanto a "curare l'orecchio", quanto ad aiutare il cervello a interrompere quei meccanismi che trasformano un segnale uditivo anomalo in una presenza costante e invalidante.

 

Dott. Michele Antonelli

 

Riferimento bibliografico

Donelli, D., Castellucci, A., Firenzuoli, F., & Antonelli, M. (2020). Efficacy of acupuncture for tinnitus: an umbrella review. Longhua Chinese Medicine, 3, 5. https://doi.org/10.21037/lcm-20-21